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martedì 6 novembre 2012

CINESI DISPONIBILI A COSTRUIRE IL PONTE SULLO STRETTO: OPERA VOLUTA DA BERLUSCONI. UNA BUONA NOTIZIA



In Sicilia arrivano i cinesi. Dopo arabi, normanni, americani l'isola si prepara ad un nuovo sbarco, in grande stile. Sarebbero pronti ad investire con i loro colossi sul ponte sullo Stretto e sulle altre infrastrutture del Mezzogiorno d'Italia. Hanno fatto la Grande Muraglia, perché dovrebbero intimorirsi per il ponte sullo Stretto di Messina? Costruiscono un grattacielo al giorno, a Shanghai, perché non potrebbero mettere mano al completamento dell'autostrada dei sogni, Gela-Castelvetrano. E già che ci sono, perché non sistemare anche la tratta ferroviaria Trapani-Palermo-Messina? Lo ha detto, qualche giorno fa, Giuseppe Zamberletti, presidente dal 2002 della società Stretto di Messina Spa: «Ci sono capitali cinesi pronti a finanziare l'opera», ha detto, in risposta alla decisione del governo Monti di congelare l'opera in vista dell'abbandono definitivo del progetto. Zamberletti, in particolare, ha fatto i nomi dei possibili partner orientali. E che nomi: la China Investement Corporation (Cic), fondo sovrano del governo di Pechino, e la China Communication Costruction Company (Cccc), una delle più grandi società al mondo. La CCCC è un colosso da trenta miliardi di fatturato che vanta realizzazioni da primato. Per esempio il ponte di Hangzhou, il più lungo del mondo (35 chilometri). Oppure il ponte Sutong Yangtze, più corto (8 chilometri).  «Non è vero che il Ponte non interessa», ha commentato Zamberletti, alla guida della società con capitale pubblico che 30 anni fa è stata costituita in vista della costruzione del ponte, già costato 300 milioni di lire. Gli fa eco Enzo Siviero, docente dell'Università di


venerdì 22 giugno 2012

PASSERA IL MENAGRAMO: POVERA ITALIA

L'accensione di un lampione a gas per l'illuminazione pubblica 

Ferrara.  La sera dell’11 luglio 1857, per la prima volta, la luce elettrica illuminò la Piazza della Pace durante i festeggiamenti per la visita di papa Pio IX. Non era la luce delle convenienti lampadine a filamento, perché Thomas Edison le avrebbe inventate vent'anni più tardi. Era la luce potente delle lampade ad arco, purtroppo poco durature. Quella sera ci fu anche una scossa di terremoto. Sapete che cosa dissero i superstiziosi dell’epoca? Che il terremoto era stato provocato dalle nuove lampade perché non avevano gli stoppini ed erano senza fiamma. In quel tempo c’erano anche i nemici irriducibili del treno, che sostenevano che viaggiare a una velocità superiore a trenta chilometri orari avrebbe provocato terribili malattie. Non riuscirono però, i menagrami, a fermare il lavori della ferrovia Bologna Ferrara che fu inaugurata nel 1859, esattamente due anni dopo. Per l’illuminazione pubblica, a Ferrara, vennero invece scelti i lampioni a gas per ragioni di efficienza, anche sulla base delle esperienza di altre città. Dopo mezzo secolo però, ovunque, i lampioni a gas furono sostituiti con quelli elettrici con una progressione inarrestabile e con un’efficienza superiore di parecchi ordini di grandezza. Le vicende ferraresi alle soglie dell’unità d’Italia assomigliano alla querelle attuale sull’energia nucleare e sugli OGM, con la differenza che allora, almeno, riuscì a passare il treno.
Un rendering del ponte di Messina
Nell’Italia di oggi, invece, non passa proprio niente. La cappa di piombo dei menagrami incombe sulla nostra economia e sulla nostra cultura nonostante l’esempio giapponese dove quel popolo, povero di materie prime come noi, ha avuto il coraggio di riaccendere i reattori. Noi invece ci permettiamo anche di distruggere trent’anni di ricerca dell’Università della Tuscia e ci prepariamo a pagare una penale di mezzo miliardo pur di non fare il ponte di Messina. Quel ponte, credetemi, lo costruiranno comunque i nostri nipoti che paragoneranno Corrado Passera ai menagrami di Ferrara. 120720 Daniele Leoni