giovedì 16 marzo 2017

ALLA TURCA


Il governo turco ha la pretesa di fare campagne politiche in casa d’altri. La scadenza che preme a Recep Tayyip Erdoğan è il suo referendum del prossimo 26 aprile, con il quale trasformerà la Repubblica parlamentare in presidenziale, accrescendo il proprio potere, già enorme, e allungandolo nel tempo. Avendo intrapreso una politica di reislamizzazione, smontando pezzo dopo pezzo lo Stato laico voluto da Mustafa Kemal Atatürk (dopo la sconfitta, nella prima guerra mondiale), Erdoğan reagisce ai giusti rifiuti dei governi europei (Austria, Danimarca, Germania e Olanda), in parte delirando, e dando loro del “nazista”, in parte speculando, accusandoli di “islamofobia”. Ci sono due buone ragioni per non concedergli alcun alibi. La prima ragione è che i rapporti, fra europei e turchi, sono stati a lungo (e provano a restare), buoni e convenienti, al punto che quel Paese è il bastione sud orientale della Nato, senza che nessuno abbia mai messo in dubbio la diffusione e il rilievo della fede coranica. Comunità turche sono nate e cresciute, specie nei Paesi europei che oggi vengono verbalmente aggrediti, senza che nessuno abbia mai chiesto, né pensato di chiedere loro di rinunciare al proprio credo. Garantendo, però, al tempo stesso, che né quello né altri possano essere imposti. Perché la più straordinaria radice europea, quella che regge l’impianto della nostra identità presente, è lo Stato laico. Atatürk ne capì la forza e il valore. Erdoğan può pure pensarla diversamente, ma già è sgradevole che lo faccia in casa propria, mentre è escluso che possa praticarlo in casa altrui. Hanno ragione, quindi, i governi europei che si sono opposti a che il governo turco vada a far campagna referendaria in casa loro. Sul punto sarebbe più che opportuna una posizione comune dell’intera Unione europea, il cui encefalogramma politico segnalerebbe, così, una qualche esistenza in vita. La seconda ragione, che sconsiglia vivamente dal cadere nella trappola della contrapposizione religiosa, è che il governo turco insegue non la teocrazia, ma il ritorno al nazionalismo ottomano. Punto delicatissimo e, per noi europei, decisivo.




Usiamo poco quel vocabolo: nazionalismo. Anche al nostro interno cincischiamo con la semantica, preferendo il concetto di “sovranismo”. Che non significa nulla: chi mai è contro la sovranità? Lo usiamo poco perché in qualche tessera del dna è iscritta la sua natura bellica e mortifera. Ma ne abbiamo perso memoria razionale. Tutti credono di sapere qualche cosa della seconda guerra mondiale, che è stata ed è ancora soggetto assai gettonato dal cinema. Pochi hanno idee precise sulla prima. Pochi sono in grado di ripercorrere le tappe che portarono a quella carneficina. Eppure l’Europa di oggi somiglia più a quella che non alla successiva culla degli incubi ideologici. Per questo non si può e non si deve concedere nulla, su quel terreno, e pur ragionando sugli errori commessi e sulle mancanze presenti, non si deve mai dimenticare quanto enorme sia il valore, prima di tutto di ricchezza e convenienza, dell’Ue realizzata. Di questo i turchi continuatori di Atatürk sembrarono consapevoli, mentre Erdoğan gioca con un mostro che alla Turchia portò un dominio vasto, ma poi anche una distruzione totale. No, su quella strada non gli si può concedere nulla. Sia per ragioni ideali che materiali, ivi compreso il ricatto dell’argine all’immigrazione.
Infine: perché negare al governo turco il diritto di fare campagna referendaria, posto che anche noi, come tanti altri, durante le campagne elettorali incontriamo le nostre comunità residenti in altri Paesi? Semplice: perché l’accesso a quelle comunità è aperto a tutti i candidati, partiti e opinioni. In Turchia hanno messo in galera giudici e giornalisti, mentre a far campagna all’estero si presentano membri del governo, con la pretesa d’essere in quella loro veste. No, la democrazia non funziona così. Davide Giacalone




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