giovedì 6 ottobre 2011

SANSONE DOCET


di Davide Giacalone – Il gran vantaggio di Silvio Berlusconi è avere un sacco d’avversari che lavorano alacremente per lui, il che compensa l’incapacità di molti suoi amici (o presunti tali) di rendersi utili. Vederli all’opera è commovente, per l’impegno con cui si fanno del male. L’ultimo fremito è dato dall’attesa per un suo eventuale annuncio: mi ritiro. Sarà detto e smentito qualche decina di volte, ma è da allocchi non comprendere il succo della faccenda: mi ritiro, ammesso che mi ritiri, se completo il lavoro e la legislatura. Peccato che, quando saremo alla primavera del 2013, nessuno dei motivi politici per cui chiedono il suo ritiro sarà più valido: la bancarotta ci sarà stata o no (no), le condanne ci saranno state o no (no). Se, per giunta, il governo riuscisse a fare qualche cosa, nel frattempo, se non altro per ingannare l’attesa, sarebbe anche l’unico centro di una qualche vitalità politica. Nel mortorio generale. Nel mentre si chiede il ritiro di Berlusconi succedono cose singolari. Primo, il reclamato governo tecnico si spacca in due, senza ancora essere nato, sul dirimente tema della patrimoniale. Secondo, l’indignazione del mondo imprenditoriale vorrebbe spendersi per dire che è ora di finirla con la politica politicante, ma si spreca in accordi con i sindacati che non vogliono le riforme e spaccature confindustriali relative proprio all’incapacità di rappresentare gli interessi del mondo produttivo. Terzo, si raccolgono vagonate di firme per quesiti referendari che la Corte Costituzionale dovrebbe respingere e che, invece, accoglierà, svolgendo un ruolo politico, salvo poi accorgersi che a quel punto è impossibile un accordo fra il Pd, ancorato ai referendari, e l’Udc, e salvo ricordare che con il sistema tornato di moda, il mattarellum, l’odiato Berlusconi vinse due volte e perse una sola, pur prendendo più voti, perché non maneggiava con dimestichezza il trucco della desistenza. Direi che ha imparato. Tre iniziative per farlo fuori si sono trasformate in tre modi per rafforzarlo. Ciò non m’induce a credere


che il berlusconismo ha lunga vita. Semmai ha lunga sopravvivenza, avendo permeato di sé, dei suoi aspetti peggiori, la gran parte del mondo politico e avendo indotto fenomeni imitativi. Il fatto che i Berluschini abitino più l’opposizione che la maggioranza (se non altro perché l’originale non lascia posto), è un fatto sul quale la sinistra dovrebbe spendere qualche ora di riflessione, giusto per non cadere poi in depressione. Fuori dall’ozio di questo nulla, fuori dal mondo del parlare senza dire e dell’assopirsi senza pensare, c’è un mondo reale che non ci perdona e perdonerà nulla, mettendo tutto in conto. Se ne frega di quale sistema elettorale adottiamo, e anche del fatto che Berlusconi si ritiri (le menti corte fanno l’esempio della Spagna, tralasciano di dire che colà si sa chi vincerà, abbattendo la sinistra), ci chiede di sapere se siamo in grado di muoverci o possono infilzarci da fermi. Per poi spolparci. Ma vedo che quel mondo reale è considerato una specie di fastidio, un trucco per distrarsi dalle cose che contano: allora, Berlusconi si ritira? Lo dice? Che se non lo dicesse toccherebbe fare l’unica cosa sensata, in democrazia, cercare di batterlo, mettendo assieme idee e uomini nuovi (nu-o-vi), che sappiano parlare all’Italia e abbiano nella zucca un’idea di futuro. Che dimostrino l’esistenza, dopo il colpo allo Stato del 1992, dopo diciassette anni di bipolarismo dell’ammucchiata, che s’è sviluppato qualche anticorpo. Invece ti guardano con aria ebete: si ritira? Se lo farà sarebbe bene lo facesse al modo di Sansone (anche lì fu una storia di femmine e mondane, ma in quel caso ricrebbero, i capelli, non furono trapiantati).

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