martedì 11 marzo 2014

NICHI, NARRACI COSA SI PROVA A FINIRE COSI


Lui sì, via. Lui non è indagato, resti. Ora è l’inverso. Prima si chiedevano e si ottenevano dimissioni a tutto spiano al primo refolo di buriana giudiziaria. Oggi per l’indagato conclamato si invocano giustamente - e finalmente- cautele garantiste sino al terzo grado di giudizio. Così è la vita in questo sgangherato Paese che ha distrutto carriere politiche con avvisi di garanzia e, al contrario, adesso le supporta (e le sopporta) per interessi di governo giustificando chi è sott’inchiesta e allontanando chi non lo è. Noi che aborriamo i giustizialisti di carta e il giacobinismo di maniera non possiamo che plaudire alla svolta sui «diversamente impresentabili» da considerare innocenti fino al verdetto di Cassazione. Certo, la discrezionalità pelosa sull’«opportunità politica» di cacciare questo o quello, ci convince poco perché le regole della politica valgono per tutti, non si cambiano a seconda di chi scende in campo e in più a partita iniziata. E tra quanti hanno sempre giocato con regole proprie, c’è Nichi Vendola, comunista governatore delle Puglie, noto dispensatore di patenti d’«inopportunità politica». Travolto dagli scandali sanitari della sua regione, fotografato al ristorante col gip che archivierà un suo procedimento, intercettato a ridere al telefono nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto, ha respinto con sdegno ogni sollecitazione a dimettersi. Al contrario non ha perso occasione per chiedere ad altri di togliere il disturbo: ad Alfano per la Shalabayeva, alla Cancellieri nel caso Ligresti, alla Lanzillotta, all’ex ministro Idem e via così. Nessuno è mai stato indagato, al contrario suo. Per dirla con Nietzsche «il non parlare mai di sé è un'ipocrisia molto distinta». Di Gian Marco Chiocci

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