domenica 7 agosto 2011

UN GIORNO IN PARLAMENTO PUO’ VALERE 1.733 EURO DI PENSIONE




Diritti, o forse meglio, privilegi, per molti. Sono ben 2.308 gli ex deputati ed ex senatori che prendono il vitalizio, e ogni mese incassano una cifra variabile tra i 1.700 e i 7.000 euro netti, a seconda del tempo trascorso in Parlamento (e del regolamento, che negli anni è cambiato più volte). Un elenco che comprende ex leader precocemente bruciati e industriali, mostri sacri della politica e professionisti prestati al Parlamento. E così c’è Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi che con 5 legislature prende 5.802 euro netti al mese da quando aveva 49 anni o Oliviero Diliberto, segretario Pdci che con 4 legislature a 55 anni si porta a casa 5.303 euro netti. Per soli 2 anni passati in Senato un capitano d’industria come Luciano Benetton prende 2.199 euro netti. Idem per un noto principe del foro come Carlo Taormina. Cinque anni e 2.238 euro per Alberto Asor Rosa e Alberto Arbasino e pure Gino Paoli, 2.384 per Eugenio Scalfari. Vittorio Sgarbi invece di euro ne prende 5.305. Con il nuovo regolamento varato durante il governo Prodi oggi per arrivare al vitalizio ci vogliono 5 anni in Parlamento e 65 anni di età, limite che diminuisce fino ai 60, a seconda degli anni di mandato svolti. E a loro volta i vitalizi aumentano a seconda degli anni passati in Parlamento: da un minimo di 2.340 euro lordi per i deputati (2.401 per i senatori) a un massimo di 7.022 euro dai 15 anni in su (7.203 per i senatori). I regolamenti precedenti erano addirittura più larghi di maniche. Tanto da dar vita a dei casi che hanno dell’incredibile: per alcuni un giorno in Parlamento può valere 1.733 euro di pensione. Così è per l’avvocato radicale Luca Boneschi, che arrivò in Parlamento il 12 maggio 1982, solo

per dimettersi il 13 maggio. Lo stesso vale per Angelo Pezzana (attivista omosessuale), a Montecitorio dal 6 al 14 febbraio del ‘79 e per lo storico Pietro Craveri, sul suo scranno dal 2 al 9 luglio del 1987. Davanti a situazioni come queste fa ancora più effetto sapere che la macchina dei vitalizi costa all’anno 138 milioni e 200 mila euro alla Camera e 81 milioni 250 mila al Senato. E se ogni tanto qualcuno prova ad abolirli per legge, è destinato alla sconfitta. È successo così anche quest’anno dopo mirabolanti dichiarazioni d’intenti. L’odg dell’Idv in tal senso è stato dichiarato inammissibile sia a Montecitorio che a Palazzo Madama. E allora, la rinuncia alla pensione? Gli uffici della Camera dichiarano che è vietato per legge. Perché il vitalizio è tecnicamente un diritto: si può dare casomai in beneficenza. In realtà però non è chiaro quanti ci abbiano provato davvero. Passati alla storia un paio di casi. Nel 2007 Walter Veltroni, da sindaco di Roma era pure un deputato pensionato (ora non è possibile): all’epoca disse di aver provato a rinunciare e di non esser riuscito a devolvere i suoi 9.014 euro mensili alle popolazioni africane. Stessa impotenza ha confessato Scalfari all’inizio di luglio in un pezzo su Repubblica: “Cinque anni fa inviai una lettera ai questori della Camera chiedendo che mi fosse annullato il vitalizio. La risposta fu che ci voleva una legge, in mancanza della quale l’assegno mi sarebbe stato comunque accreditato”.

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