giovedì 23 aprile 2015

RENZI E’ UN PALADINO. MA DELLA BUROCRAZIA


Altro che semplificazione, da noi la burocrazia resta padrona del Paese, un ostacolo al suo sviluppo. La figlia di una coppia di cittadini ucraini che vivono, e lavorano, in Italia da anni - che, come si dice, si sono integrati nel sistema sociale e in quello produttivo - viene a trovare i genitori. Per muoversi autonomamente, vorrebbe comprare un' automobile. Ma non ha fatto i conti con la burocrazia italiana. L'acquisto le è inibito perché non ha il codice fiscale. La pretesa che uno straniero di passaggio abbia il codice fiscale è palesemente assurda. Ma tant'è, questa è l'Italia. Bisognerebbe che, almeno lo straniero in transito, potesse comprare un'auto senza sottostare a eccessive procedure burocratiche. In America si va dal venditore, si paga, il passaggio di proprietà è rapido e automatico e si riparte con l'auto. Ho citato l'episodio come testimonianza che la burocrazia, da noi, è padrona del Paese, un ostacolo al suo sviluppo - l'acquisto dell'auto avrebbe fatto circolare del denaro e prodotto un profitto - e boicotta persino lo Stato che, altrimenti, nella circostanza, avrebbe incassato la tassa prevista per ogni analoga transazione (tassazione già in sé parecchio assurda). Fra le riforme che si sarebbero dovute fare c'era quella dell'eliminazione di licenze, permessi e divieti - per intenderci, l'eccesso di intermediazione pubblica che blocca il mercato e, con esso, lo sviluppo economico e la crescita del Paese. Non è stata fatta e le conseguenze negative sono facilmente riscontrabili. Non la si è fatta e non la si fa perché ad opporvisi è proprio la burocrazia, la potente lobby che governa di fatto il Paese e che, alleata ad altre corporazioni, ha tutto l'interesse, per ragioni autoreferenziali e di puro potere, che le cose rimangano come sono. L'America di Reagan e la Gran Bretagna della Thatcher sono uscite dalla crisi nella quale versavano e sono economicamente ripartite dopo che il presidente americano e il primo ministro inglese avevano, oltre ad aver ridotto le tasse, deregolamentato e snellito la Pubblica amministrazione. Da noi, l'eccesso di legislazione, di licenze, di permessi e di divieti è l'occasione, per molte corporazioni, di arricchirsi e per la burocrazia di imporre a governo e parlamento il proprio




 potere di veto. La corruzione è, così, a sua volta, endemica, perché è il solo modo di aggirare le innumerevoli e spesso cervellotiche procedure. Per combattere la corruzione, invece di eliminarne le cause, si creano altri carrozzoni pubblici che ripropongono lo stesso copione e producono lo stesso scenario. Più burocrazia, più corruzione.
Ne usciremo mai? Date le premesse - troppi interessi congiurano contro il cambiamento - c'è di che dubitarne. Avrebbe dovuto farlo Berlusconi, paralizzato dai propri interessi privati e dagli alleati di governo, eredi dell'Italia autoritaria, burocratica e parassitaria. Nata dalle due Resistenze - quella di matrice democratico-liberale e quella di matrice sovietica - l'Italia post-fascista è rimasta quella di prima e il compromesso costituzionale, fra la cultura della prima resistenza e quella della seconda, ha contribuito a fare dell'Italia post-fascista una sorta di prosecuzione del dirigismo fascista e con l'aggravante dell'aggiunta di un sistema collettivistico di matrice parasovietica.
Ora lo dovrebbe fare Matteo Renzi. Ma non ne ha né la cultura né l'intenzione in quanto il mantenimento di vincoli burocratici coincide con la sua personale vocazione autoritaria. Non contribuisce a creare un clima favorevole al cambiamento la cultura dominante che alimenta la pregiudiziale degli italiani in favore della sicurezza e dello status quo rispetto alla libertà, al mercato e al rischio. L'Italia post-resistenziale e antifascista è rimasta fondamentalmente un Paese illiberale, dirigista e collettivista, anche se ha cambiato trasformisticamente casacca, da nera a rossa, nel luglio 1943 e nell'aprile 1945. piero.ostellino@ilgiornale.it



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